Luca Rasponi

Giornalista e addetto stampa, scrivo per lavoro e per passione.

Il '68 in Cecoslovacchia: l'inverno sovietico e la Primavera di Praga

26 marzo 2013

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Per quanto sia lungo l’Inverno, alla fine arriva la Primavera. Nel gennaio del 1968, dopo il lungo e spietato inverno sovietico, la primavera del blocco orientale era arrivata a Praga. Di fronte a una stagione di cambiamenti imprevista e incontrollabile, l’Urss non seppe fare di meglio che inviare l’Armata Rossa a marciare sulla Cecoslovacchia, per calpestare senza pietà quei germogli di novità. Era la notte tra il 20 e il 21 agosto 1968: si concludeva così la breve stagione della Primavera di Praga. Ma più in profondità, alla radice delle cose, si apriva una crepa nel monolitico inverno sovietico: i semi di Praga non erano stati gettati invano.

La Storia è nota. Alla fine del 1967, il consenso intorno al segretario del Partito comunista cecoslovacco, il filo-sovietico Antonín Novotný, è ai minimi storici. Le sue politiche di matrice stalinista, con epurazioni dei dissidenti e gravissime limitazioni alle libertà di espressione e stampa sul modello dell’Urss, gli hanno alienato a tal punto il consenso del Paese che quando il presidente sovietico Leonid Brežnev gli fa visita in dicembre non trova altra soluzione che sostituirlo con un uomo più liberale e innovatore.

Il 5 gennaio 1968 diviene quindi segretario del Partito Alexander Dubček, affiancato nei mesi successivi dal nuovo presidente della Repubblica Ludvík Svoboda (in carica dal 22 marzo) e dal Primo Ministro Oldřich Černík (a partire dall’8 aprile). Questi tre uomini politici – su impulso costante di Dubček – avviano una stagione di riforme della vita pubblica cecoslovacca sintetizzate nel Piano d’azione dell’aprile ’68, un documento che il Partito avrebbe poi ratificato nel settembre dello stesso anno. Numerose le liberalizzazioni previste dal Piano, a partire dall’incremento delle libertà di stampa, espressione e associazione, alla possibilità di una maggior concorrenza economica, fino all’apertura politica a partiti diversi da quello comunista.

Il Piano di Dubček prevedeva anche la limitazione del potere della polizia segreta, nonché la federalizzazione del Paese in due Stati (ceco e slovacco). Quanto alla politica estera, al mantenimento delle relazioni di cooperazione con l’Urss e il blocco orientale si sarebbero dovuti affiancare anche buoni rapporti con le nazioni occidentali. La transizione verso quello che veniva definito “Socialismo dal volto umano” avrebbe richiesto nelle intenzioni di Dubček circa dieci anni.

L’intento non era quello di superare il modello socialista, bensì di rinnovarlo dall’interno in senso più liberale, con l’obiettivo di costruire il primo esperimento al mondo di democrazia socialista. Questo perché, diceva Dubček, «Socialismo non può significare solo liberazione dei lavoratori dalla dominazione delle relazioni con la classe sfruttatrice, ma deve garantire una realizzazione della personalità più completa di quella assicurata da qualunque democrazia borghese».

Nella sua opera riformatrice, il governo guidato da Dubček procedeva con cautela e moderazione, con l’obiettivo di non suscitare reazioni da parte dell’Urss, che guardava con crescente preoccupazione alla Cecoslovacchia. Tuttavia, la popolazione e il ceto intellettuale (riunito intorno alla rivista Literární listy), esasperati dai lunghi anni di Novotný, chiedevano al governo maggiore coraggio. Le istanze di rinnovamento più radicale furono racchiuse nel manifesto delle Duemila parole, che il giornalista Ludvík Vaculík rese pubblico il 27 giugno ’68.

Il fermento politico e culturale cecoslovacco suscitava risentimenti e sospetti in Urss: Brežnev temeva che le richieste di libertà di Praga si sarebbero espanse agli altri Paesi del blocco orientale, intaccando l’egemonia sovietica. A Dubček non bastò condannare pubblicamente le Duemila parole, né ottenere le rassicurazioni del presidente sovietico nell’incontro del 3 agosto a Bratislava, con la tensione tra i due Paesi ormai già alle stelle.

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto i carri armati dell’Urss e di quattro alleati del blocco (Bulgaria, Germania Est, Ungheria e Polonia) invasero la Cecoslovacchia. Sotto gli occhi preoccupati del mondo intero, andava in scena la brutale repressione della Primavera di Praga, che in una notte volgeva improvvisamente al termine. Nei primi giorni dell’invasione morirono 72 cecoslovacchi (il totale delle vittime sarebbe arrivato a più di 200 tra invasori e manifestanti), mentre Dubček invitava la popolazione a non opporre resistenza.

Le testimonianze dell’aggressione che si diffondono sulla stampa di tutto il mondo descrivono una situazione atipica, del tutto inedita nella storia: i cecoslovacchi, sentendosi traditi da coloro che consideravano gli “amici” sovietici, reagiscono con decisione ma in modo non violento, cercando sistematicamente il confronto con gli invasori. «L’indignazione è macchina di saldezza per questo popolo […] interprete di un dramma eroico che desta lo stupore del mondo e maestro nella tecnica della pazienza e della non violenza», scrive il corrispondente dell’Espresso Angelo Maria Ripellino il 1° settembre ’68, appena tornato in Italia dopo una rocambolesca fuga da Praga.

Dello stesso tenore la testimonianza di Umberto Eco, trovatosi direttamente coinvolto negli eventi della capitale cecoslovacca: «La gente parla in russo coi soldati, gli chiede perché sono lì. I soldati rispondono che a Praga c’è il colpo di Stato fascista, la gente ride, qualcuno sale su e li prende per il bavero e gli mostra la città, altri tirano fuori la tessera del partito. I russi sorridono imbambolati, qualcuno discute, […] rispondono alle domande, intavolano la discussione. […] Così incomincio a rendermi conto che questa è una cosa diversa, non ha precedenti storici […], perché la gente ha volti tristi, […] la tensione è spasmodica, ma la città brulica di folla come a una festa patronale, e ogni carro armato è un comizio».

«Tutta la gente con cui ho parlato – scrive ancora Eco, riportando il pensiero di un cecoslovacco – dava per scontato il socialismo, e all’interno del socialismo rivendicava rapporti diversi, e denunciava una politica autoritaria, ed ora è finita, ma è grave per tutto il mondo socialista, perché la nostra tragedia metterà in crisi anche gli altri. […] 550mila soldati di cinque Paesi diversi sono stati praticamente inviati a Praga per subire un corso rapido di indottrinamento politico da un milione di soldati Svejk. Non so cosa porteranno a casa, ma è certo che questa armata ha avuto oggi la sua borsa di studio per un corso accelerato di democrazia».

Con l’andare dei mesi e il perdurare dello stallo, la popolazione cecoslovacca diventa sempre più insofferente nei confronti dell’invasore sovietico (che non se ne andrà fino al 1991). La protesta non violenta raggiunge l’apice il 16 gennaio 1969, quando il giovane studente Jan Palach si dà fuoco in piazza San Venceslao, per protestare contro l’occupazione ricordando il rogo di Jan Hus, teologo boemo arso vivo nel 1415 dopo essere stato dichiarato eretico dalla Chiesa cattolica durante il Concilio di Costanza.

Il gesto di Jan Palach, che muore il 19 gennaio, non resta isolato: un altro studente lo emula infatti appena quattro giorni dopo. Il presidente Svoboda riceve la notizia in diretta tv: «Apprendo in questo momento la tremenda notizia che un altro ragazzo ha tentato di uccidersi allo stesso modo [di Jan Palach], bruciandosi vivo a Plzeň. Si chiamava Josef Hlavatý». E gli occhi di Svoboda – racconta Angelo Maria Ripellino – si erano visti luccicare di lacrime.

Il controllo dei sovietici sulla Cecoslovacchia si fa via via più oppressivo. Pur avendo approvato in settembre il proprio Piano d’azione in un congresso clandestino del Partito comunista, Dubček è costretto a reintrodurre la censura e fare numerosi passi indietro rispetto al suo programma di liberalizzazioni. Al termine di un crepuscolo durato otto mesi, la Primavera di Praga lascia definitivamente spazio a un nuovo inverno il 17 aprile del 1969: dopo che il 28 e 29 marzo la popolazione cecoslovacca era insorta per la prima volta in modo violento, festeggiando la vittoria della propria squadra di hockey su quella dell’Urss ai Mondiali di Stoccolma (l’evento verrà ricordato come la “notte dell’hockey” ), Dubček è costretto a dimettersi, sostituito dal filo-sovietico Gustáv Husák che avvierà la stagione della “normalizzazione” della Cecoslovacchia.

A suggellare la fine dei sogni praghesi è l’ennesimo rogo di uno studente: il giovane Jan Zajic si dà fuoco il 25 febbraio in piazza San Venceslao lasciando queste parole, vero e proprio testamento ideale della Primavera di Praga: «So quale ferita io vi porto con questo gesto, ma non adiratevi con me. Non lo faccio perché mi nausei la vita, ma proprio perché la stimo troppo. Con la mia azione forse vi assicuro un migliore destino. Conosco il prezzo della vita e so che è il più grande che ci sia. Ma io voglio molto, e perciò devo pagare molto. Dopo la mia azione non cedete alla grettezza. Non dovete mai conciliarvi con l’ingiustizia, qualunque essa sia. La mia morte vi lega a questo impegno».

Ma l’inverno non può durare per sempre. L’apertura portata nella politica sovietica da Mikhail Gorbachev e il successivo crollo dell’Urss hanno permesso a Dubček di tornare sulla scena politica alla fine degli anni ’80, guidando la Cecoslovacchia al rovesciamento del regime comunista con la Rivoluzione di Velluto (1989) e alla successiva transizione verso la democrazia. Un messaggio di speranza valido anche per la Primavera Araba: se i fiori più fulgidi delle rivoluzioni possono essere strappati, i germogli che portano prima o poi producono frutti. E a quel punto la Primavera può arrivare davvero.

 

La Primavera di Praga e il lungo inverno che l’ha preceduta sono stati raccontati da numerosi artisti e intellettuali, cecoslovacchi e non. Ecco alcune tra le testimonianze più significative:

 

«Quando uno è passato per il mulino di un grande processo, segue le cronache di quelli degli altri come un giocatore di scacchi la descrizione di una complessa partita. Solo un esperto apprezzerà quanto lavoro occorra per studiare con gli accusatori una parte di molte cartelle! Quanto lavoro per mettere insieme le singole deposizioni, perché si incastrino l’una nell’altra come rotelle in un orologio. Gli estranei non riescono a comprendere la fluidità di confessioni perfettamente formulate. Ma forse colui che confessa si preoccupa di ciò che sta dicendo contro se stesso? Ormai tutto è fatto. Ciò che gli importa è solo di non impuntare, di non balbettare, di non far brutta figura dinanzi ai microfoni. Il suo destino è suggellato. […]  È tutto qui l’enigma dei grandi processi. Cibo buono per una settimana prima della recita, sigarette americane, il vestito stirato e una commovente premura ed il nodo della cravatta rifatto più volte».

Jiří Mucha, Il sole gelido, 1968

«Un partito sorto per costituire una società amministrata col più severo razionalismo genera l’irrazionale e il caos. Propugna una direzione scientifica e paralizza la scienza. Propugna il più giusto ordine e intanto condanna decine di migliaia (in alcuni Paesi milioni) di persone che nutrono dubbi sulla giustizia di questo ordine. Propugna l’uguaglianza e crea il mito della classe eletta. Propugna la più alta forma di democrazia e intanto liquida le pur imperfette garanzie democratiche ed istituzioni del precedente sistema. Propugna la più grande libertà e limita le libertà più essenziali (e, perché la profanazione della libertà giunga al culmine, organizza elezioni che per procedura e per risultati hanno una sola analogia nella Storia)».

Ivan Klíma, 1968

«Avete scusato i delitti e osannato al tradimento?
Datene colpa al partito.
Avete taciuto, anche quando l’erba gridava?
Datene colpa al partito.
Avete scritto, quando anche l’inchiostro arrossiva?
Datene colpa al partito.
Avete creduto, anche quando nemmeno la mezzanotte credeva ai propri occhi?
Datene colpa al partito.
Siete sempre rimasti attaccati al truogolo?
Datene colpa al partito.
I giustiziati per voi erano schegge nel taglio del bosco?
Datene colpa al partito.
Siete andati a puttane, quando anche alle puttane si contraeva il grembo?
Datene colpa al partito.
Avete servito, quando anche le cagne si rintanavano?
Datene colpa al partito.
Dribblando, strisciando, ungevate con miele?
Datene colpa al partito.
Avete accettato onori, quando anche la pietra vi sputava sopra?
Datene colpa al partito.
Avete inveito quando anche la corda si vergognava del cappio?
Datene colpa al partito.
Avete latrato, quando si rifiutava di farlo anche l’ultimo bòtolo?
Datene colpa al partito.
Denunziato, quando anche i delatori parlavano di luridezza?
Datene colpa al partito.
Avete le mani intrise di sangue?
Datene colpa al partito.
Leccato i calcagni, mentendo e grufolando, inpinzandovi?
Datene colpa al partito.
Non avete mai udito ciò che anche i passeri si cinguettavano?
Datene colpa al partito.
Avete costretto anche i bambini a bisbigliare?
Datene colpa al partito.
Avete calpestato gli ammanettati?
Datene colpa al partito.
Sputato sui morti?
Datene colpa al partito.
Vi siete ubriacati di lacrime altrui e del sudore degli altri?
Datene colpa al partito.
Di tutto, di tutto date colpa al partito, musici della notte.

Datene colpa al partito».

Jiří Kolář, Consiglio ai servi, 1968

«La democrazia, se vuol essere tale, non può ingiungere ai suoi cittadini di attenersi a un’unica ideologia. Il predominio di un solo principio ideologico porta alla decadenza, al ristagno, alla morte del pensiero, alla schiavitù. Il baccano democratico è preferibile sempre al chiuso delle caserme e il circo delle elezioni al cimitero elettorale».

Miroslav Jodl, 1968

«La sovietizzazione che livella i valori è anticulturale allo stesso modo in cui lo è l’americanizzazione in altra parte del mondo. Se un piccolo popolo troverà forza sufficienti a ribellarsi a queste tendenze uniformatrici e ad essere autonomo, renderà un enorme servizio non solo a sé stesso, ma a tutti».

Milan Kundera a Literární listy, 25 agosto 1968

«Ci dicono che stiamo turbando i rapporti con l’Unione Sovietica e le altre nazioni socialiste, come se contraddicesse il socialismo il fatto che non vogliamo esser sudditi di alcun padrone né padroni di alcun suddito, ma libera terra tra popoli uguali in un mondo giusto. Solo reggendoci sulle nostre gambe, dritti e liberi, possiamo essere buoni amici di amici buoni e disinteressati alleati di alleati disinteressati».

Jan Procházka, Politica per ognuno, 1968

«Di antichi fasti la piazza vestita
Grigia guardava la nuova sua vita,
Come ogni giorno la notte arrivava,
Frasi consuete sui muri di Praga,
Ma poi la piazza fermò la sua vita
E breve ebbe un grido la folla smarrita
Quando la fiamma violenta ed atroce
Spezzò gridando ogni suono di voce.

Son come falchi quei carri appostati,
Corron parole sui visi arrossati,
Corre il dolore bruciando ogni strada
E lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermò la sua vita,
Sudava sangue la folla ferita,
Quando la fiamma col suo fumo nero
Lasciò la terra e si alzò verso il cielo,
Quando ciascuno ebbe tinta la mano,
Quando quel fumo si sparse lontano,
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
All’orizzonte del cielo di Praga.

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
Coi pugni stretti e con l’odio fra i denti,
Dimmi chi sono quegli uomini stanchi
Di chinar la testa e di tirare avanti,
Dimmi chi era che il corpo portava,
La città intera che lo accompagnava,
La città intera che muta lanciava
Una speranza nel cielo di Praga.

Dimmi chi era che il corpo portava,
La città intera che lo accompagnava,
La città intera che muta lanciava
Una speranza nel cielo di Praga,
Una speranza nel cielo di Praga,
Una speranza nel cielo di Praga…»

Francesco Guccini, Primavera di Praga (Due anni dopo, 1970)

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