Luca Rasponi

Giornalista e addetto stampa, scrivo per lavoro e per passione.

Shale gas e fracking: risorsa per l'economia o pericolo per l'ambiente?

1 agosto 2013

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Di ecoballe ne circolano in quantità industriale: come distinguere allora i sensazionalismi dalla realtà, quando si parla di ambiente? Di certo non è semplice, e lo è ancora meno quando ci sono interessi economici e geopolitici enormi a determinare il risultato della partita.

È il caso dello shale gas, una risorsa energetica valorizzata solo di recente, che riempie da qualche mese le prime pagine dei quotidiani specializzati. Una vera e propria manna per i Paesi storicamente importatori di combustibili fossili  come la Cina o gli Stati Uniti, che nel breve volgere di qualche anno sono passati dalle guerre per l’approvvigionamento delle risorse a ipotizzare l’indipendenza energetica da qui al 2030.

Certo è che l’impatto economico e politico dello shale gas, già trattato per Discorsivo da Francesco Campana, rappresenta il principale punto d’interesse della questione. Ma non l’unico, se è vero che la modalità di estrazione di questo gas naturale è a dir poco controversa per le sue conseguenze ambientali.

Si tratta del fracking, tecnica messa a punto negli anni ’40 dall’ingegnere texano George Mitchell – scomparso peraltro pochi giorni fa – che consiste nell’iniettare «una soluzione di acqua e sabbia (e in misura dell’1% additivi chimici) nel sottosuolo, anche oltre i 3 km di profondità, per spingere verso l’alto i combustibili intrappolati in formazioni argillose (shale) della crosta terrestre».

Il primo problema legato a questa tecnica – utilizzata anche per rivitalizzare giacimenti “maturi” – è proprio in quell’1% di additivi chimici, ritenuto da più parti responsabile dell’inquinamento recato alle falde acquifere dove viene riversato. Ma la conseguenza più dibattuta del fracking è un’altra, che riguarda ancor più da vicino l’ambiente e la sicurezza delle persone: l’attività estrattiva dello shale gas sarebbe infatti responsabile di micro-eventi sismici localizzati in prossimità dei giacimenti.

Il condizionale è d’obbligo, dal momento che siamo di fronte a fenomeni in corso d’accertamento sia da un punto di vista scientifico che giornalistico e giudiziario. Ma è proprio l’andamento dei processi intentati contro le compagnie estrattrici negli Stati Uniti a destare più di una perplessità: chiusi in diversi casi con un accordo di riservatezza in cambio di un corrispettivo economico, sono visti da alcuni osservatori come un tentativo di nascondere la polvere sotto il tappeto, mentre le compagnie spiegano che l’obiettivo è prevenire la cattiva pubblicità a sé stesse e allo shale gas.

Intanto il dibattito va avanti in tutto il mondo. Nel Regno Unito il Ministro dell’Economia George Osborne ha stanziato una serie di contributi per le popolazioni colpite dalle conseguenze del fracking, salvo poi varare «le più generose esenzioni fiscali del mondo» (fino al 30%) per le compagnie estrattrici di shale gas, suscitando la reazione dei gruppi ambientalisti con tanto di manifestazioni di protesta e arresti.

Gli Stati Uniti hanno affrontato l’argomento nel modo che più li contraddistingue: Hollywood ha dedicato infatti allo shale gas ben tre film, tra cui spicca Promised land di Gus Van Sant, con Matt Damon nei panni dell’agente di una compagnia estrattrice che si scontra con la resistenza umana e civile di una piccola comunità rurale della Pennsylvania (principale teatro della controversia statunitense).

Accolto tiepidamente dalla critica e dal pubblico, come dimostra il modesto risultato al box office, il film è comunque la prova che il tema è ormai di dominio nazionale, al punto da riuscire a varcare le aule di tribunale per approdare nelle alle sale cinematografiche. Non si può dire lo stesso dell’Europa, dove si registra un’impasse dovuta secondo alcuni osservatori alle pressioni delle compagnie estrattrici sulla Commissione europea. E se in Francia il fracking al momento è vietato, in Italia il dibattito ha mosso i primi passi proprio in questi mesi, suscitando le critiche di chi teme l’influenza di quelle stesse compagnie nella decisione finale.

Mentre prosegue il lavoro degli scienziati che studiano i potenziali effetti negativi del fracking sull’ambiente, iniziano a comparire le prime risultanze in merito, in alcuni casi sorprendenti e in contrasto con quelle già emerse. Se la comunità scientifica è divisa, il confronto nell’opinione pubblica non può che essere a tutto campo: da un lato c’è chi sottolinea i vantaggi per l’ambiente derivanti dall’uso dello shale gas rispetto a petrolio e carbone (ancora molto diffuso in gran parte del mondo); dall’altro, le associazioni ambientaliste chiedono lo stop ai sussidi per risorse che rimangono pur sempre esauribili e inquinanti, al di là delle complicazioni legate al fracking, invitando a proseguire sulla strada delle energie rinnovabili.

Come capire, allora, se i problemi legati allo shale gas rientrano nella categoria delle ecoballe o rappresentano un pericolo reale a cui rischiamo di rimanere indifferenti, come in una classica storia di fantascienza? Allo stato attuale, la conoscenza della materia non permette un giudizio definitivo.

Non per questo il tema può essere considerato privo d’importanza o urgenza: in un’epoca in cui l’attenzione per l’ambiente è ancora considerata una moda più che una sensibilità reale, la partita si gioca sul piano dell’informazione. Leggere, ascoltare, tenersi aggiornati per capire e conoscere – magari facendo affidamento su fonti attente a questi temi anni prima che arrivino sui grandi media – sono gli strumenti più utili per districarsi in questo mondo in cui ecoballe e rischi reali si confondono con pericolosa ambiguità.

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