Luca Rasponi

Giornalista e addetto stampa, scrivo per lavoro e per passione.

L'Ultima Thule, il viaggio nella memoria di Francesco Guccini

1 gennaio 2013

Pubblicato su

L’Ultima Thule non è solo un album: è un viaggio. Il viaggio di Francesco Guccini verso la meta finale, ma anche e soprattutto un percorso a ritroso nella memoria, dove il tema delle radici emerge limpido ancora una volta, dopo aver attraversato come un filo rosso tutta l’opera del cantautore emiliano.

Uscito alla fine di novembre 2012 e disco d’oro dopo nemmeno un meseL’Ultima Thule sarà a detta dello stesso autore l’ultimo lavoro discografico della carriera di Guccini. Una carriera lunga 45 anni e in grado di regalare alla musica italiana album e canzoni memorabili, che hanno accompagnato il nostro Paese dalla fine degli anni ’60 ad oggi.

Considerando il percorso artistico del cantautore, lo storico critico gucciniano Riccardo Bertoncelli – come forse parte del pubblico – si aspettava un ultimo atto battagliero, un album «avvelenato», «feroce». Ma il cantautore emiliano si era già pronunciato in questo senso dodici anni fa, con una canzone intitolata non a caso Addio, sorta di moderna Avvelenata cui aveva consegnato il suo giudizio definitivo su un certo tipo di mondo.

L’Ultima Thule è qualcosa di profondamente diverso. È un commiato che arriva, come scrive Bertoncelli, «con una pacatezza, con una serenità che stempera tristezze e misantropia». La serenità del momento conclusivo è una delle sensazioni che traspaiono con maggior forza dalle canzoni presenti nell’album, serenità che affonda le sue radici nel ricordo del passato e nella consapevolezza di sé.

Grazie a questa consapevolezza, la memoria non diventa occasione per una retorica scontata o per un ripiegamento rispetto alle proprie idee. Queste, al contrario, sembrano aver acquisito ulteriore fermezza, come se ora bastasse sussurrarle invece di intingerle nel veleno per farle arrivare a destinazione.

«Francesco è stanco – scrive ancora Bertoncelli – eppure non spende le sue estreme canzoni per vituperare ma piuttosto per ricordare, tra gioia e nostalgia, e celebrare quel che resta di antiche speranze. Come i vecchi ricorda soprattutto le cose più lontane, che non a caso gli appaiono come le più forti, le più vere, quelle che lo hanno formato e accompagnato per la vita».

Guccini ricorda, e il suo ricordo non è patetico o artificiale, ma coinvolge l’ascoltatore nella dimensione di un passato vissuto e autentico. Tutto l’album, registrato nel mulino della casa di famiglia adattato a studio musicale, trae linfa vitale dall’immersione nella quiete di Pàvana, il paese sull’appennino pistoiese dove il cantautore ha trascorso l’infanzia e vive tuttora.

Tra gli otto brani dell’album, due in particolare si nutrono di queste atmosfere: tra le note de L’ultima volta emerge nitido il fruscio del torrente Limentra, come un’eco della canzone Amerigo che dava il titolo all’omonimo album del 1978. Canzone di notte n. 4, invece, si apre con la ricostruzione di un dialogo tra i nonni paterni e Guccini, che per l’occasione veste nuovamente i panni del bambino restio a spegnere la luce per andare a dormire.

La notte – tema ricorrente nella poetica gucciniana – è protagonista anche della sesta traccia del disco, Notti, dove il ricordo si trasforma in riflessione sulla vita e gli infiniti modi possibili di affrontarla. La vicinanza tematica di queste due canzoni non pare affatto casuale, tanto che a ben vedere gli otto brani dell’album possono essere suddivisi in quattro coppie sulla base della reciproca affinità.

Con la terza traccia, Su in collina, il ricordo da individuale diventa collettivo: è il ricordo della Resistenza, non descritta con ampie volute, ma tratteggiata con un semplice episodio, testimoniato con la traduzione in italiano e l’adattamento in musica della poesia dialettale Môrt in culénna, del poeta bolognese Gastone Vandelli.

Anche nella serenità dell’ultimo atto, quindi, Guccini non abdica alle idee che lo hanno contraddistinto nel corso della vita. Eppure rende consapevole l’ascoltatore della brutalità della guerra con il brano che – non per caso – segue Su in collina. Quel giorno d’aprile racconta la Liberazione: ed ecco che la memoria collettiva si raccorda a quella individuale, con un fiorire di atmosfere d’entusiasmo, gioia e commozione dopo la durezza, il freddo e la morte del brano precedente.

La canzone successiva dell’album introduce il tema dell’artista/intellettuale e del suo ruolo nella società. Il testamento del pagliaccio mette in scena con aria farsesca il funerale di un «ingenuo» dedito a sogni e utopie, e per questo circondato in punto di morte da ipocrisie varie (con più di un riferimento all’attualità italiana) e dall’ironia (autoironia?) tragicomica dell’autore, per l’occasione nella parte – già interpretata in passato – dell’opinione pubblica giudicante.

Gli artisti prosegue seguendo il medesimo filo conduttore, ma invertendo la prospettiva. Resta l’ironia, ma questa volta è condita d’affetto per tutti coloro che scelgono di seguire la propria «vocazione» per l’arte. Categoria rispetto alla quale Guccini si dichiara estraneo, attribuendosi con modestia il titolo di «artigiano» di opere effimere come il canto dell’uccellino che chiude il brano.

Ma il cerchio non potrebbe essere completo senza un ritorno ai temi della memoria e del ricordo. Ecco allora congiungersi idealmente i punti di partenza e arrivo nel percorso del cantautore, attraverso i due brani forse più riusciti dell’album. Con L’ultima volta, seconda traccia e primo singolo estratto dal disco, Guccini ripercorre ancora una volta le strade di Pàvana, con una sognante leggerezza forse mai raggiunta prima.

L’atmosfera che traspira dal brano e dalle sue parole riporta alla mente, quarant’anni dopo, i versi di Radici (1972), che già all’epoca esprimevano il senso di un percorso che doveva ancora svilupparsi pienamente: «La casa sul confine dei ricordi | la stessa sempre, come tu la sai | e tu ricerchi là le tue radici | se vuoi capire l’anima che hai». E ancora: «La casa è come un punto di memoria | le tue radici danno la saggezza | e proprio questa è forse la risposta | e provi un grande senso di dolcezza».

L’arduo compito di chiudere il disco, e probabilmente la carriera da cantautore di Guccini, spetta al brano che dà il titolo all’album, L’Ultima Thule. La pace lascia infine spazio, nonostante tutto, alla voglia di continuare il viaggio. Novello Ulisse, Guccini s’imbarca nuovamente, questa volta per la meta finale. Un folle volo di dantesca memoria? Può darsi. Perché la meta è un’illusione, un’isola leggendaria nei mari del Nord che nessuno è mai riuscito a raggiungere.

Guccini non è al primo viaggio del genere, perché già nel 1975 aveva inseguito L’isola non trovata. E parte con un bagaglio di tutto rispetto, fatto da una vita di esperienze e ricordi, oltre che da una carriera lunga e significativa. Ma cos’è che lo spinge a partire? Una scintilla, un’intuizione come quella da cui è nata la copertina del disco? Non solo.

A muoverlo è la volontà di inseguire l’utopia, contro le difficoltà e la distanza che sembrano aumentate rispetto al momento ormai lontano della prima partenza. E anche se il percorso è destinato a terminare in un «regno di ghiaccio eterno, senza vita», l’ultimo messaggio del Guccini cantautore è un atto d’amore per il viaggio, e l’anelito ad esso nonostante tutto:

«Ma ancora farò vela e partirò
io da solo, e anche se sfinito,
la prua indirizzo verso l’infinito
che prima o poi, lo so, raggiungerò».

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Commenti

Un commento per L'Ultima Thule, il viaggio nella memoria di Francesco Guccini

  1. Patrick scrive:

    Ottimo articolo, è evidente che c’è dietro una conoscenza e una ricerca approfondita del mondo e delle storie di Guccini! Grazie 😉

    • Luca Rasponi scrive:

      Grazie a te per l’apprezzamento Patrick! Ho avuto la fortuna di ascoltare Guccini fin da bambino, è una passione musicale che ho ereditato dai miei genitori.

      In questo pezzo ho provato a mettere tutte le sfumature che il nuovo album mi ha ispirato, e devo dire che se l’articolo è riuscito il merito è in gran parte da riconoscere al disco.

  2. Alessandra scrive:

    wow…ho l’album praticamente da quando è uscito, ma ascoltandolo ancora non ero riuscita a dare un giudizio ben definito…ma sicuramente condivido il fatto che sembra di ascoltare un Guccini stanco, e contemporaneamente sereno e pacato. Forse avrei preferito sentirlo ancora giovane e saperlo pronto a cantare ancora e ancora e ancora…ma non è così. Ed è giusto che lui ce lo faccia capire nel modo in cui gli è più consono: con dei bellissimi brani malinconici

    • Luca Rasponi scrive:

      Allora ho fatto bene a scrivere che oltre a Bertoncelli anche una “parte del pubblico” si aspettava un album più battagliero! 😉

      Io credo che l’evoluzione di Guccini sia stata naturale ma coerente, e per questo l’ultimo album mi sembra niente meno che il perfetto completamento della sua carriera.

      Sentire un Guccini sempre avvelenato e sulla breccia sarebbe stato paradossalmente più confortante, perché assistere alla fine del percorso di una simile figura di riferimento non è assolutamente facile.

      Eppure io credo che anche con questo disco Guccini ci insegni qualcosa di prezioso: che viene il tempo di deporre le armi (pur mantenendo la propria posizione), di fermarsi e trarre un bilancio di ciò che è stato, evitando di arrivare alla fine con il fiatone della corsa.

      Del resto anche la canzone finale dell’album, pur raccontando il colpo di coda finale dell’artista e dell’uomo, riporta infine alla naturale (e serena) conclusione delle cose:

      «L’Ultima Thule attende al Nord estremo,
      regno di ghiaccio eterno, senza vita,
      e lassù questa mia sarà finita
      nel freddo dove tutti finiremo.

      L’Ultima Thule attende e dentro il fiordo
      si spegnerà per sempre ogni passione,
      si perderà in un’ultima canzone
      di me e della mia nave anche il ricordo».

  3. morena scrive:

    L’articolo è bellissimo, grazie per avere condiviso una riflessione così profonda.

    • Luca Rasponi scrive:

      Grazie per aver letto… quando la materia di cui si tratta è così ricca e stimolante, anche una semplice recensione può diventare motivo d’interesse! 😉

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