Luca Rasponi

Giornalista e addetto stampa, scrivo per lavoro e per passione.

Pippo Fava e Decollatura: la mafia in Italia, ora e allora

5 gennaio 2014

Giuseppe FavaA un anno di distanza dal duplice omicidio di Decollatura ad opera della ‘ndrangheta, di cui da pochi giorni sono disponibili le immagini video, si celebra oggi il trentennale dell’uccisione di Giuseppe Fava da parte di Cosa Nostra. Cosa lega questi due fatti di mafia, così lontani nel tempo e apparentemente privi di connessione?

Pippo Fava, giornalista e scrittore siciliano, è il fondatore del mensile I Siciliani, con base a Catania. Con le sue inchieste, la rivista fa luce con decisione sulle attività illecite di Cosa Nostra, soprattutto in ambito economico, nella Sicilia dei primi anni Ottanta, dove una reale informazione sul tema è praticamente inesistente.

«Io ho un concetto etico del giornalismo» dice Fava. «Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente all’erta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo».

Il numero della rivista I Siciliani contenente l'articolo I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosaÈ sulla base di queste convinzioni profonde che Fava scrive pezzi rimasti nella storia del giornalismo italiano come I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa, dove non si esime dal fare i nomi di una serie di imprenditori collusi con Cosa Nostra, che nel giro di pochi anni proveranno più volte a comprare il suo giornale per costringerlo a tacere.

Ma Fava non cede alle lusinghe economiche né alle intimidazioni, fino al giorno in cui il clan dei Santapaola decide di risolvere il problema alla radice, ammazzandolo in strada il 5 gennaio 1984, appena sei anni dopo Peppino Impastato (nato proprio il 5 gennaio del 1948) e un anno prima di Giancarlo Siani, ucciso dalla Camorra a Napoli il 23 settembre 1985.

Catania, Palermo, Napoli, Catanzaro. Cosa unisce uno dei cosiddetti “omicidi eccellenti” di Cosa Nostra alla sorte dei due uomini uccisi a Decollatura, con tanto di ripresa video in diretta dei colpi di pistola? Su quest’ultimo caso – attualmente all’esame del tribunale di Lamezia Terme – non può essere ancora detta l’ultima parola, anche se tra le ipotesi circolate in questi mesi la più accreditata è proprio quella di un regolamento di conti tra uomini di ‘ndrangheta.

E allora il collegamento tra i due episodi, tutto sommato, appare più che evidente: sono passati trent’anni dall’omicidio di Pippo Fava, e in Italia non è cambiato niente dal punto di vista della lotta alla mafia, tuttora libera di uccidere la gente in strada. Ora, questa considerazione è volutamente esagerata al punto di sfiorare la provocazione, visto che il sacrificio di tanti uomini dell’antimafia non è stato vano, e dal punto di vista giudiziario si sono registrati notevoli progressi su questo versante.

Questo senza contare le numerose e lodevoli iniziative volte alla sensibilizzazione in atto in tutto il territorio nazionale, anche in aree dove il radicamento mafioso è più recente. Tanto per fare un esempio, è sufficiente citare l’encomiabile attività del riminese Gruppo Antimafia Pio La Torre (in passato collaboratore per qualche mese anche di Discorsivo), che proprio a fine gennaio rinnova il consueto appuntamento con la Cena della Legalità, proponendo un ricco fine settimana di eventi.

Nonostante ciò, il messaggio di Pippo Fava rimane tremendamente attuale soprattutto riguardo a un aspetto: il ruolo della politica nel contrasto a tutte le mafie. Da questo punto di vista si registra un vuoto lacunoso e in alcuni casi addirittura omertoso: vale per tutti l’esempio del processo sulla Trattativa Stato-Mafia, con l’ostilità alle indagini del Presidente della Repubblica e la freddezza con cui le istituzioni hanno difeso il pm Nino Di Matteo, minacciato di morte da Totò Riina in persona.

È nei primi giorni di un nuovo anno che dovrebbero prendere forma i migliori propositi per il futuro. E allora, in un Paese dove la magistratura e la società si sono da tempo attivate con forza contro la criminalità organizzata, è bene che anche la politica faccia la sua parte, riportando la questione mafiosa al centro del dibattito e impegnandosi concretamente a mettere in piedi un progetto complessivo di contrasto alla mafia, che può essere considerata a pieno titolo il primo e più urgente problema del nostro Paese. Nel segno di Pippo Fava, che già trent’anni fa auspicava un risveglio della politica e dello Stato.

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